Una diagnosi

Come tutti, nell’arco di una cinquantina di anni di vita, ho affrontato diverse diagnosi.
In genere dopo ogni diagnosi c’è stata una cura, oppure un trattamento di qualche tipo, volto a risolvere ciòà che la diagnosi aveva identificato.

Le prime diagnosi le ho affrontate da bambino naturalmente: la prima che ricordo è la fimosi congenita che adesso so definire ma che allora era solo un dolore al prepuzio.
In quel caso la cura fu la circoncisione.
Dopo l’operazione chirurgica, ricordo mio padre che mi mostra il suo pene mentre cerca di rassicurarmi sul fatto che “non è successo nulla”.

Sempre verso i 6 anni, mi si sono subito cariati i primi grandi molari inferiori, a destra e a sinistra insieme: la diagnosi non la so ma la cura fu l’estrazione.

Lì la diagnosi poi fu doppia perchè subito dopo venne pronunciata la parola “prognatismo”, la ricordo ancora: a morso serrato la mia mandibola (inferiore) sopravanzava la mascella (superiore). La cura fu un apparecchio ortodontico che mettevo la notte, il quale con una barretta di metallo mi spingeva meccanicamente indietro la mandibola.

Nei decenni seguenti poi di diagnosi (e quindi di cure e trattamenti) ne ho affrontare ancora tante altre: neurinoma spinale, cisti pilonidale, cisti, ernia discale, soffio cardiaco, osteoartrosi, atelettasia rotonda, trisma del massetere, giusto per restare a quelle importanti relative al mio solo corpo fisico.
Diciamo che alla fine, a tutt’oggi sono stato anestetizzato e operato chirurgicamente in modo importante 5 o 6 volte.

In questi ultimi mesi ho un dolore al collo che non mi lascia, simile ad un “torcicollo” costante.
Ho fatto alcuni tentativi con un osteopata (due sedute) e poi con un operatore Feldenkrais (sei integrazioni) ma il dolore al collo è rimasto immobile, invariato, intoccato, identico a sé stesso come un Buddha.
Quindi ho nuovamente iniziato il rito della diagnosi.

Sono andato dal medico di base, quello del SSN per consultarmi con lui e avere un parere.
Nel mio caso si tratta di un nuovo medico, una persona giovane che ha preso il posto del medico precedente che è andato in pensione.
Al primo incontro non mi sono sentito di raccontare per intero la storia del mio corpo, ci sarebbero volute due ore, così mi sono limitato a dire del dolore al collo.
La dottoressa mi ha ascoltato, mi è venuta alle spalle, mi ha toccato con un dito il lato dolorante, poi ha emesso la prima diagnosi e la prima prescrizione: cervicalgia, facciamo un’ecografia per vedere se c’è qualcosa a livello muscolare.

Con la prescrizione stampata in rosso e nero su un foglietto, sono andato in un centro specialistico (privato) e ho prenotato l’esame diagnostico, in questo caso l’ecografia.
La settimana seguente sono tornato nel centro specializzato e ho atteso qualche minuto in una piccola stanza grigia, molto neutra, priva di qualsiasi cosa a parte una seduta, un attaccapanni ed una finestra.
La cosa che più mi ha colpito è il senso di assenza, di niente, come se non ci fosse nessuno, ecco.

Una signora giovane in camice bianco poi ha aperto una porta e mi ha chiamato: signor Lenzi!
Le ho stretto la mano e siamo entrati nell’ufficio dove lei lavora, sempre grigio, impersonale, vuoto di tutto a parte tavolo, 2 sedie e una macchina tipo un grosso computer a rotelle.
La signora mi ha chiesto perchè facevo l’esame, mi ha ascoltato e poi mi ha fatto levare la maglietta e sdraiare, mi ha messo una crema acquosa sul collo e quindi ha iniziato a passarci sopra una specie di oggetto di plastica ritondo.
Io non vedevo quello che lei faceva  e giocoforza osservavo il soffitto grigio.
Ogni tanto la signora si fermava, teneva l’oggetto di plastica fermo in un punto del mio collo e intanto si sentivano dei clic clic clic, clic clic clic.
Dopo 10 minuti mi ha fatto alzare dal lettino e mi ha dato un pezzo di carta assorbente per asciugarmi il collo.
Poi ci siamo seduti ed ha emesso la diagnosi: a livello muscolare non c’è nulla, nel collo va tutto bene.
Mi ha consegnato un foglio e delle fotografie scure in una carpetta e mi ha fatto uscire dal suo ufficio.

Con questa diagnosi ho quindi fissato un nuovo appuntamento col medico di base e l’ho incontrata nuovamente.
Stavolta ho accennato alla storia del mio corpo, ne ho parlato per una decina di minuti, sicché il medico si è un pochino allarmato e ha ribadito la diagnosi ma stavolta precisandola: cervicalgia in pregresso neurinoma lombare. E quindi mi ha prescritto un nuovo esame diagnostico: risonanza magnetica rachide cervicale.

Sentendomi come un cursore che fa la spola lungo i punti obbligati in cui scorrre questo filo, questo rito della diagnosi, ho telefonato al centro specialistico ed ho fissato un nuovo appuntamento per questo secondo esame diagnostico.
Quindi la settimana scorsa sono andato all’appuntamento all’ora convenuta, ho passato l’accettazione dove ho parlato con una signora che stava seduta dietro un vetro in parte opalino, tenuto a distanza da una specie di corrimano a cui dovevo appoggiarmi col le braccia sporgendomi un poco, una situazione che mi ha ricordato la chiesa e il pregare in piedi.
Da lì mi hanno indirizzato verso una sala di attesa, dove ho compilato un questionario, di quelli a risposte multiple da riempire di crocette ed ho firmato un modulo di consenso informato, naturalmente senza sapere nulla dei rischi che avrebbero reso il mio consenso davvero informato.

Dopo pochi minuti una signora in camice bianco mi ha chiamato: signor Lenzi! Sto cercando il signor Lenzi…
Ho cercato di stringerle la mano ma non sono riuscito a farlo e lei subito mi ha fatto entrare in uno spazio riservato, un ambiente tecnico, molto silenzioso e illuminato dai neon bianchi e lì, stando in piedi lei ha letto il mio questionario nel silenzio.
Siamo rimasti in silenzio forse 2 minuti mentre si sentiva solo qualche ronzio e qualche passo dietro alle altre porte di questo ambiente tecnico e riservato dove ero stato portato.
Curiosità e inquietudine ho sentito in quei due minuti, anche la voglia di scappare via di corsa.
La signora in camice bianco, quindi mi ha chiesto di precisare una risposta che avevo dato al questionario, mi ha ascoltato e poi mi ha indicato uno stanzino piccolo, di 1 metro quadrato circa, che stava alle mie spalle: vada lì e aspetti signor Lenzi, faccio uscire la persona che c’è prima di lei.

Sono rimasto lì, nello stanzino e ho visto passare un signore anziano che a fatica camminava.
Poi mi hanno chiamato, la signora mi ha mostrato un mobiletto di legno bianco e mi ha chiesto di lasciare lì i miei effetti personali, borsa, portafoglio, telefono, chiavi di casa, etc..
Mi ha accompagnato in un’altra stanza, una più interna al locale tecnico, e mi ha chiesto di sdraiarmi su un sottile lettino di metallo, posto vicino ad una grossa macchina, uno scatolone beige chiaro con un buco nel mezzo, tipo un cilindro cavo.
Mi sono sdraiato a fatica perchè mi fa male anche la schiena in questi giorni.
Lei mi ha messo un cuscino sotto le ginocchia, quindi mi ha posto sul viso, all’altezza del mento, una specie di arco di plastica che mi ha bloccato i movimenti della testa.
Deve stare fermo, mi ha detto, dura venti minuti ma lei deve stare fermo, cerchi di non deglutire se non durante le pause di silenzio.
Ok.
Mi ha messo in mano una pallina di gomma che non ho visto e mi ha detto di schiacciarla se qualcosa non andava, così lei sarebbe venuta.

Poi lei ha spinto il lettino su cui ero sdraiato all’interno della macchina, dentro al tubo che sta al centro della macchina: quando sono stato dentro il tubo con tutto il corpo lei ha alzato elettricamente il lettino, ho sentito la vibrazione e mi ha avvinato col volto alla parete.
Ho sentito dei passi e una porta chiudersi e io sono rimasto immobile con la pallina nella mano destra, i pollici nella cintura in vita.
Poi silenzio.
Poi dei rumori, forti e meccanici, ripetuti, tipo qualcosa che va avanti e indietro, un cursore di metallo, un suono come una brutta base di musica tecno a 120 bpm.
Dopo 2 minuti c’è stata una pausa di silenzio, ho deglutito e una voce elettrica ha detto: bene signor Lenzi, allora iniziamo.

Le sequenze di rumore fortissimo, sono durate circa 80 respiri ciascuna e alla fine della sesta sequenza, il silenzio è durato di più.
Poi ho sentito i passi e qualcuno ha tirato il lettino fuori dal tubo dentro la macchina, sono tornato alla luce piena dei neon bianchi.
La signora col camice bianco mi ha levato il blocco al mento e il cuscino e ha aspettato che mi sedessi, quindi mi ha sospinto affinchè mi alzassi dal lettino e mi avviassi all’uscita della stanza.
Ero un po’ disorientato, la concentrazione sul respiro mi ha messo come in trance.
Giunto nello stanzino piccolo mi sono accorto di non avere le chiavi del mobiletto bianco, il metallo non va bene con la macchina dentro cui sono stato e così sono tornato a chiedere aiuto.
Non riuscivo ad aprire lo sportellino del mobiletto ma poi mi sono riappropriato delle mie cose.
La signora col camice bianco mi ha dato un foglio e guardandomi senza guardarmi ha detto: martedì dopo le 10 può venire a ritirare il referto.
Nella mia testa una voce ha detto: la diagnosi, si chiama diagnosi.

Sono uscito dal centro specialistico e ho camminato sul marciapiede per qualche minuto.
Era come se fossi rimasto dentro alla macchina, nello stato sospeso di trance in cui contavo i respiri mentre quella compiva il rito dell’esame diagnostico.
Poi sono montato in auto e sono tornato a casa.
Lungo la strada non ho chiamato nessuno. Ho cercato di rincuorarmi da me.

Nei giorni seguenti, 3 per l’esattezza, ho blandamente vagliato tutte le possibilità conseguenti a questa diagnosi, senza soffermarmici molto.
In linea di massima per questa diagnosi si va dal minimo al massimo. Può essere tutto: bene, benissimo o benino, malino, male o anche malissimo.
Inizio o fine: ci sta tutto.
Ho memoria di aver avuto un moto di gratitudine per la macchina dentro la quale ero infilato: anche lei stava cercando di aiutarmi.

Martedì mattina alle 10.01 ho parcheggiato l’auto vicino al centro specialistico, sono entrato e seguendo le frecce sono arrivato agli sportelli denominati “consegna referti”.
Una coppia di donne parlava a voce alta mentre la più giovane prendeva una cartellina bianca dalle mani dell’impiegata: “firma mamma!” ha detto rivolgendosi a quella più anziana che con le manine si è messa ad armeggiare con una Bic.
Lo sportello è una specie di banco marrone scuro, sormontato da un vetro trasparente che separa completamente il di qua dal di là, in mezzo c’è un foro circolare coperto a sua volta da un disco di vetro, in modo che si possa parlare ma non si possa infilare un braccio dentro al buco.
Immagino che qualcuno abbia cercato di strozzare l’impiegata che consegna i referti e quindi abbiano preso adeguate contromisure, mi sembra una cosa possibile adesso che ci sono io qui in fila.
L’impiegata è giovane, avrà 30 anni ed evita di guardarmi negli occhi quando le dico “buongiorno”, forse sente che ho paura: prende il mio foglio e va a cercare dentro ad un cassettone, sfoglia e sfoglia diverse buste e infine ne tira fuori una, torna al banco e me la porge.
Firmo la ricevuta e vedo che la busta è chiusa con dei sigilli di carta: si tratta di informazioni strettamente riservate a me e agli specialisti, nessun altro può accedervi, in fondo è la mia vita.

Poi alzo lo sguardo per salutare l’impiegata, sto per dire “arrivederci” ma lei si è già girata e mi dà le spalle mentre ripone la mia firma in un cassetto.
Spingo fuori l’arrivederci dalla gola e mi incammino verso l’uscita, tenendo la busta sotto braccio.
Tutto mi appare significativo in questo momento, un passo dopo l’altro cerco di uscire dal centro specialistico mentre  penso che arrivederci potrebbe essere un modo di salutare non salutare in questo caso specifico, ci vedo dell’autoironia…. mentre lo penso sento che tutto è sospeso adesso che ho la diagnosi in mano e insieme rivedo l’impiegata e il suo desiderio di non avere contatto alcuno con le persone cui consegna i referti, cioè le diagnosi, e sento che la posso capire: chissà quanti abbracci e sguardi dovrebbe scambiare con gli altri se non si separasse da tutto, se non si rendese impermeabile.

Fuori c’è sempre il sole e mentre cammino piano verso l’auto, ipotizzo di non aprire la busta sino a casa, ipotizzo di tenerla con me sino a sera, di aspettare.
Poi ipotizzo di aprirla lì, al volo, sul marciapiede, in mezzo alla gente che passa.
Poi mi proteggo e faccio la cosa più sensata: guadagno l’abitacolo dell’auto.
Lì chiudo lo sportello, apro un po’ i vetri e realizzo che magari di lì a poco tutto questo non avrà più alcun senso, tutto quello che sto facendo potrebbe perdere di significato fra pochi minuti e per sempre.
Mi infilo gli occhiali, rompo i sigilli del centro specialistico e leggo la diagnosi: niente di grave si direbbe, un po’ di artrosi su due vertebre cervicali, un minimo di schiacciamento di un disco ma niente ernie, una protusione alla base del collo, tessuti infiammati ma nessun danno importante.
Chiudo la busta e guardo fuori: c’è sempre il sole, poi rileggo la diagnosi una seconda volta.
Lungo la strada per tornare a casa, guido e chiamo la mia compagna e la informo e così, al volo, mi fermo sul bordo della strada e rileggo una terza volta questo foglio con la mia diagnosi.

Il linguaggio di questa diagnosi è, come il linguaggio di qualsiasi rituale degno di questo nome, un linguaggio esoterico. Che però io in parte riesco a leggere avendone già fatto dolorosa esperienza personale in passato: conosco molti termini e in ogni caso mi è possibile accertarmi che le parole più temute non siano presenti, non siano scritte nella diagnosi.
L’ignoranza e la paura lavorano insieme per la sopravvivenza.

in ogni caso adesso il rito prevede che io ritorni con la diagnosi dal mio medico di base e aspetti in silenzio che lei legga il referto e mi dia il suo parere e quindi che mi prescriva una cura o che – cosa possibile – lei mi indirizzi da uno specialista, il quale a sua volta leggerà il referto e mi confermerà la diagnosi prescrivendomi una cura o un trattamento.

Sento una grande calma, silenzio e insieme sento un grande distacco e una tristezza profonda profonda.
Forse è il riavvicinarsi al trauma.
Mi sento solo con me stesso, ecco.
Uno svelamento.
Poi, io ho una famiglia (anzi più di una), sono una persona amata e amo a mia volta, non sono solo, molti mi vogliono bene e non cadrei a terra senza una mano amica pronta ad aiutarmi.
E’ bene dirlo.

Ciò nonostante – avendo comunque io la fortuna di  non essere solo e di poter avere accesso a centri specialistici e cure di primo livello se necessario – mi chiedo se sia questo il modo migliore di avere cura di noi stessi.