Il contenitore

Poi quando si lavora in relazione con l’altro e si ha esperienza personale del bambino interiore, si può facilmente avvertirne la presenza, si riconoscono le sue manifestazioni anche piccole, le mezze parole o le esclamazioni o le lamentele inserite magari all’interno di un discorso “da adulto”.
Questo riconoscimento da parte dell’operatore avviene perchè si è stabilito un canale percettivo che è tarato proprio sul bambino interiore e che dedica quindi parte della propria attenzione e del proprio ascolto a quella singola voce.
Si tratta di un canale percettivo interno all’empatia naturalmente, che funziona in modo molto semplice: per me si tratta di ascoltare il mio bambino interiore e di sentire quando, dove e come reagisce in relazione al cliente.

Questa prima parte del lavoro sul bambino interiore, permette perciò al cliente di identificare di riflesso e con una buona autonomia, il profilo generale del proprio bambino o della propria bambina interiore.
E’ il primo riconoscimento, il primo scorcio di una visione, una prima immagine di insieme, fugace ma di solito inequivocabile, che può essere percepita e tollerata nella consapevolezza in vario grado.

In questa fase iniziale del lavoro, la percezione del bambino interiore può dar luogo alle reazioni più varie da parte della persona adulta: in pratica si tratta di uno sconosciuto che esce dall’ombra per alcuni istanti mostrandosi e – come nella vita reale – questo può suscitare qualsiasi reazione, dalla fascinazione (come dice David Lynch) alla paura.
Io qui, nella pratica sostengo qualsiasi reazione sia agita da parte del mio cliente: questo perchè anche questa  sua risposta in realtà non è agita ex novo ma viene semplicemente in luce come qualcosa di pre esistente, cioè esce dall’ombra e il cliente ne diviene consapevole e con questo anche della sua pre-esistenza come tono di fondo o come sentimento precedentemente inspiegato o come un a latere costante della propriocezione o con altre caratteristiche.

Nella ghianda è già contenuta la quercia (come si dice) e perciò questa prima fase del lavoro col bambino interiore, se accolta così come è, come fenomeno intendo, indica con una certa precisione il tipo di relazione esistente fra l’adulto ed il bambino interiore e fino a che punto la persona può accettare questa relazione, dal grado zero (rifiuto completo) sino al grado massimo (accettazione completa).
Qui infatti per me il lavoro non è ancora orientato verso la qualità della relazione (accogliente o conflittuale ad esempio) quanto all’instaurarsi consapevole del rapporto e quindi all’accettazione della sua esistenza da parte dell’adulto.

Mi appare inutile, se non dannoso, in questa prima fase del lavoro, entrare nel merito della relazione adulto/bambino interiore – relazione che pure posso vedere e riconoscere come operatore – se prima essa non è entrata nel campo della piena consapevolezza della persona, perché per me il cliente è l’adulto ed è l’adulto che svolge il ruolo di responsabile e non il contrario.
Nessun bambino interiore sopravvive alla morte dell’adulto, dal quale dipende in toto la sopravvivenza stessa del bambino.

E’ inutile – e io credo anche dannoso, quindi giudicare il modo in cui l’adulto esercita la propria autorità personale e la propria responsabilità nella sua esistenza, perchè comunque egli o ella agisce sempre per il meglio di quanto gli o le è possibile.
Dunque la piena consapevolezza dell’adulto e la sua assunzione di responsabilità anche su questo piano,il piano in cui può essere accettata  (o rifiutata) l’esistenza stessa del bambino interiore, per me é una conditio sine qua non al procedere del lavoro oltre la prima fase.

In altre parole, il contenitore deve essere abbastanza robusto da poter reggere il contatto con l’acqua bollente, e allo stesso tempo deve essere abbastanza capiente per poter contenere tutta la quantità di acqua calda che vi verseremo, senza che questa trabocchi  rovinando il piano di appoggio o facendo danni tutto intorno.
Per me é inutile – se non dannoso, versare acqua bollente in un contenitore inadatto sperando che l’urgenza in sé provochi un cambiamento e costringa le pareti a rendersi adeguate alla bisogna.
Professionalmente, preferisco lavorare sul contenitore in via preventiva, evitando il rischio di ulteriori danneggiamenti.

Quindi, contrariamente a quello che può forse sembrare più facile e diretto, in genere la prima parte del lavoro sul bambino interiore io la rivolgo all’adulto, cioé al contenitore.
E lavorando insieme al mio cliente adulto, nelle prime fasi io evito consapevolmente di provocare o di forzare un contatto con la quella parte del sé infantile che – apparentemente – é invece l’oggetto centrale del disagio o del malessere lamentato.