La mia relazione sentimentale con il corpo

Ormai tutti sanno quanto sia importante il corpo fisico, il nostro corpo, e quanto sia utile e necessario averne cura e questo è così vero che esistono migliaia di pratiche e discipline, antiche e moderne, che si rivolgono ad esso.

Qui per me si va dalle attività sportive tradizionali a tutti i tipi di massaggio e di trattamento fisico (terapeutico o di benessere), senza dimenticare le ginnastiche e le pratiche corpo-spirituali.
E questo solo limitandosi alle macrocategorie che io posso identificare così, senza un’analisi approfondita: perché in effetti la relazione che l’essere umano ha con il corpo fisico è un tema davvero così ampio e profondo che in questo momento in cui scrivo, davvero non riesco a scorgerne la fine, il limite.

Penso solo a tutte le discipline (bioenergetica, psicologia, naturopatia, etc.) che utilizzano la forma del corpo come indicatore per il “carattere” della persona, oppure penso a tutte le pratiche che pongono l’alimentazione come elemento centrale per la cura del corpo.

Ma la relazione con il corpo può essere anche sentimentale.

Io dormo circa 6/7 ore per notte e quindi vivo in stato di veglia mediamente 17 o 18 ore al giorno.

Questa settimana vivrò perciò da sveglio circa 119 ore, durante le quali compirò tutte le attività che (semplificando) compongono quella che io definisco “la mia vita normale”, nel corso della quale in genere utilizzo il mio corpo fisico in ogni istante e in modo del tutto utilitaristico, nel senso che il mio corpo mi serve per fare tutto quello che faccio, persino quando perdo tempo su facebook.

In questo arco di tempo, una settimana abbiamo detto, come sempre io dedicherò 30/40 minuti ogni mattino per fare qualche movimento utile e piacevole per il mio corpo fisico, e compirò questa attività assecondando le “sue” richieste ed i “suoi” bisogni, alla fine per un totale di 3 ore e 30 minuti.
Oltre a questo, nei prossimi sette giorni frequenterò due lezioni di gruppo del metodo Feldenkrais della durata di un’ora ciascuna, il martedì ed il giovedì, portando a circa 6 ore il totale del tempo dedicato al mio corpo nell’assecondarne richieste, interessi e piaceri.

Perciò nelle restanti 113 ore che vivrò in stato di veglia questa settimana (il 95% del mio tempo da sveglio) come ho detto continuerò ad usare il mio corpo come mezzo e strumento per fare la mia “vita normale” che include tutto ciò che vorrò fare, in genere attività per le quali non consulto il mio corpo, non sento la sua opinione e non gliela chiedo neanche, ma mi limito a comandarne i movimenti e a lasciargli fare il lavoro fisico relativo al tenermi in vita (respirazione, digestione, circolazione del sangue, etc. etc. etc.).

Ora, per spiegare, faccio l’ipotesi che il mio corpo sia una persona a sé stante, una persona con una propria vitalità, dei propri interessi, desideri e appetiti, dei propri tempi e una propria linea evolutiva addirittura, un proprio carattere, un proprio senso del piacere, una propria energia e un proprio modo di esprimersi, un proprio linguaggio quindi.

Se il mio corpo fosse una persona a sé stante e se lui fosse consapevole che per il 95% del tempo io lo uso per fare quello che voglio (letteralmente) e poi ogni tanto mi metto lì e lo ascolto e lo assecondo nelle sue richieste (5% del tempo), se fosse così – per ipotesi dico, come si sentirebbe il mio corpo fisico?
Io credo che il mio corpo (se fosse una persona a sé stante) non sarebbe molto felice e anzi, probabilmente si sentirebbe un po’ sfruttato.
Chi non si sentirebbe così?
Provate a pensare ad una persona con la quale condividete ogni cosa (anche la più intima) 24 ore al giorno da tutta la vita , una persona che sapete essere servizievole, gentile, disponibile, sempre pronta ad aiutarvi, accondiscendente, benevola, protettiva, socievole, affettuosa, generosa, calda e sensibile e poi immaginate di dirgli: “scusami ma ho solo 50 minuti al giorno per te, il resto del tempo mi servi come obbediente strumento per fare la mia vita”.

Dunque sempre nell’ipotesi che il mio corpo sia una persona a sé stante, sentendosi un po’ sfruttato è facile che “lui” esprima il proprio sentimento di frustrazione, ad esempio facendomi arrivare stanchezza o senso di noia o avvilimento anche o mancanza di energia o tristezza o bisogno di tanto e buon cibo oppure bisogno di alcol o solo necessità di una gratificazione sessuale rapida o ancora potrebbe esprimersi facendomi arrivare sonnolenza, apatia, pesantezza o altro ancora (ognuno di noi ha il proprio repertorio di sensazioni fisiche da verificare immagino).

In questa ipotesi che il mio corpo si comporti come una persona a sé stante, a questo punto molto dipende dal momento in cui io mi trovo.
Perché se sono nel 95% del tempo durante il quale sfrutto il mio corpo per fare quello che voglio fare e se sono impegnato in una attività che io ritengo “importante” come il lavoro o la spesa o magari una attività fisica finalizzata al raggiungimento di un risultato (come la palestra per perdere peso o per rimanere tonici), è molto probabile che io decida di non ascoltare il sentimento di frustrazione che viene espresso dal mio corpo.

Ad esempio, il corpo mi fa arrivare la sonnolenza ma io prendo un altro caffè.
Oppure il corpo mi fa arrivare stanchezza ma io sono determinato a fare quello che voglio fare e trovo la forza (nelle surrenali) per continuare lo stesso.
O ancora mi arriva un senso di noia e di apatia fisica ma io mi bevo un bicchierino di grappa a fine pasto e così torno allegro e disponibile come prima.

In questa ipotesi che il mio corpo fisico si comporti davvero come una persona a sé stante, ora è possibile che non vedendo ascoltata l’espressione dei suoi sentimenti di frustrazione, “lui” abbia una reazione di ulteriore avvilimento.

Chi non si avvilirebbe in questa situazione?
Chi non si sentirebbe impotente?

Ma in questa ipotesi, se io mi trovo nel 95% del tempo durante il quale sfrutto il mio corpo per fare quello che voglio fare e se sono impegnato in una attività che ritengo “importante” come il lavoro, sarà per me difficile ascoltare il senso di avvilimento e impotenza che viene espresso dal mio corpo fisico e quindi con ogni probabilità me ne distaccherò ulteriormente.

Cioè sperimenterò la lontananza dal mio corpo fisico e alla fine la sua assenza in uno dei tanti modi possibili, che vanno dall’inconsapevolezza volontaria (non voglio saperlo) sino all’uso di un farmaco.
In questo modo quindi, sempre seguendo l’ipotesi che il mio corpo fisico sia una persona a sé stante, l’assenza di sensazioni me lo renderebbe uno strumento davvero perfetto, cioè uno strumento che mi serve in toto senza farsi notare. 

Per inciso, puoi notare che questo stato di assenza in effetti è proprio quello che molti di noi auspicano come “ideale” in relazione al proprio corpo: va bene quando non si fa sentire e mi serve semplicemente.

Comunque, una volta avvenuto il distacco e sperimentata l’assenza del sé corporeo, per me prosegue “la mia vita normale” così come la voglio e anche meglio (almeno a breve termine), mentre per il mio corpo fisico naturalmente si apre il varco a tutt’un arcobaleno di possibili paure: quella di essere abbandonato, quella di essere sfruttato e ignorato per sempre, quella di essere invisibile e addirittura incorporeo (cioè morto), etc. etc..
E sempre ipotizzando che il mio corpo fisico sia una persona a sé stante, questo stato di separazione e di paura, con l’avanzare degli anni facilmente lo porterà ad avere sempre più paura e alla fine a temere per la propria incolumità e per la propria vita.
Sentendosi abbandonato, il corpo avrà quindi paura di morire anzitempo, e avrà questa paura – ironia della sorte – proprio a causa della sua natura di corpo fisico servizievole, gentile, disponibile, sempre pronto ad aiutare, accondiscendente, benevolo, protettivo, socievole, affettuoso, generoso…. (ognuno qui può scegliere gli aggettivi che sente spontaneamente salire).

Quindi nell’ipotesi che il mio corpo fisico agisca come una persona a sé stante, è facile adesso comprendere le ragioni per le quali egli (o ella) potrebbe anche arrabbiarsi, provare rabbia.
E come si esprimere la rabbia a livello del corpo, se non con la contrazione, la tensione e il dolore?

Se invece della rabbia il mio corpo fisico maturasse invece un sentimento di rancore (ad esempio), io potrei sperimentare stati nei quali mi sento tradito dal mio corpo, e quindi forse una malattia ingiustificata (ai miei occhi), oppure un dolore inspiegabile.

Infine, nell’ipotesi che il mio corpo si comporti come una persona a sé stante, è possibile che nel corso del tempo egli giunga anche ad odiarmi, certo, nel qual caso sarà facile per ognuno immaginare che tipo di situazione fisica io potrei sperimentare.

Ora, pensando al mio corpo come alla persona con la quale condivido ogni cosa (anche la più intima) 24 ore al giorno da sempre , pensandolo come la persona più servizievole, più gentile, disponibile, accondiscendente, benevola, protettiva, socievole e affettuosa, la persona più generosa, calda e sensibile che conosco, la più perfetta per tenermi in vita e per accompagnarmi in questa esistenza, forse è possibile comprendere perché io adesso provo un sentimento di amore e di continua meraviglia nei “suoi” confronti ed è proprio per questo – certo – che coltivo consapevolmente questa relazione sentimentale con il mio corpo.