Gli effetti collaterali della chirurgia (la cicatrice)

In questi ultimi anni ho lavorato con diversi clienti che hanno subito una operazione chirurgica e lamentano fastidiosi effetti collaterali.
Una ventina di anni fa, io stesso ho dovuto affrontare una importante operazione che mi ha salvato la vita e perciò credo di conoscere intimamente alcune delle conseguenze secondarie della chirurgia.
Naturalmente la chirurgia è fondamentale per la nostra salute: spesso ci salva la vita oppure riduce o risolve malattie che altrimenti ci danneggerebbero o ci farebbero soffrire rendendoci la vita stessa difficile da tollerare.
I risultati ottenuti da questa specializzazione della medicina, in effetti sono talmente positivi che in certi casi hanno del miracoloso: si pensi alla rimozione di un tumore, ad esempio, o alla protesi con la quale si sostituisce la testa del femore facendoci tornare a camminare.
La chirurgia dunque migliora la qualità della nostra esistenza e di fatto ci regala anni di vita che altrimenti non avremmo.

Spesso però questi risultati molto positivi ci fanno dimenticare gli effetti collaterali della chirurgia.
L’effetto collaterale il più facile da riconoscere e forse il più comune, deriva dalla natura stessa della chirurgia perché è una conseguenza del taglio che viene effettuato nel corpo della persona.
Sia che il taglio parta dall’esterno (bisturi o laser), sia che esso sia perlopiù effettuato internamente (laparoscopia), in ogni caso con una operazione chirurgica il nostro corpo fisico viene tagliato, aperto, modificato e infine richiuso da persone sconosciute (chirurghi) in un ambiente a noi estraneo (sala operatoria), mentre stiamo sdraiati o in posizioni che ci espongono e ci rendono molto vulnerabili.
Se a livello mentale e cosciente naturalmente noi sappiamo che questa operazione chirurgica ci aiuterà e ci farà del bene, a un livello più profondo questa stessa operazione verrà invece vissuta e registrata come una offesa, una minaccia ed infine un danno che il nostro corpo subisce senza poter reagire in alcun modo.
Durante l’operazione chirurgica infatti il nostro sistema nervoso continua a funzionare perfettamente tenendoci in vita gestendo tutte le nostre funzioni vitali (respiro, cuore, pressione, etc.) e dunque esso veglia e registra tutto ciò che ci accade, anche se non dispone dell’abituale controllo sul corpo fisico a causa dell’anestesia ci rende privi di sensi e inibisce il movimento.
Per una operazione in anestesia locale accade lo stesso, solo che siamo noi ad inibire volontariamente la reazione spontanea di difesa del nostro sistema nervoso.
Perciò l’effetto collaterale più comune di una operazione chirurgica è in effetti una dissociazione cioè la separazione psichica della persona dalla parte del corpo offesa.

Separando la propria psiche dalla parte del corpo offesa dall’operazione (sia essa un dente, un ginocchio o un seno) la persona spera in qualche modo di dimenticarsi tutto e di tornare così alla propria vita “normale”, come era prima.
Così, dopo una operazione chirurgica è comune il tentativo di far scomparire la parte offesa dalla propria consapevolezza cercando di non sentirla e di non guardarla, di non vederla e di non toccarla, cercando insomma di ignorarla per potersene dimenticare.
Questo tentativo in genere è motivato dalla persona mentalmente tramite un giudizio verso la parte offesa dalla operazione chirurgica, che viene ritenuta brutta, orribile, debole, rotta, inadatta, non funzionante, qualcosa di cui vergognarsi e di inadeguato di cui – appunto – cercare di dimenticarsi.

Il risultato finale di questa separazione psichica della persona dalla parte del suo corpo offesa dall’intervento chirurgico, è sempre la mancata guarigione completa: in altre parole non vengono raggiunti tutti i risultati positivi che si sarebbero potuti ottenere.
Ciò nonostante, considerando comunque il carattere “miracoloso” dell’intervento chirurgico, in genere alla fine giocoforza la persona si adatta e accetta un compromesso.

Ad esempio, tramite la riabilitazione la persona non torna al 100% della funzione che voleva recuperare oppure rimane uno stato di contrazione o di lassità fisica apparentemente immotivato che impedisce al corpo il movimento libero, scorrevole e completo che ci si aspettava.
Può accadere che il taglio non rimargini bene e che la cicatrice resti sempre un po’ gonfia e arrossata anziché distendersi, oppure che le aderenze interne non cedano ai trattamenti neanche dopo molto tempo, lasciando che l’aspetto della sutura rimanga sempre “recente” e irritato.
Anche il dolore può non scomparire del tutto, nonostante la rimozione della causa che lo procurava.
In generale può risultare che compiere azioni collegate all’organo o alla parte del corpo offesa dall’intervento chirurgico, diventi molto difficile e addirittura sgradevole per la persona, tanto che questa può essere costretta a rinunciarci o a praticarle in modo spiacevole con tutto quel che ne consegue.

Quindi per poter cogliere appieno tutti i benefici che possono venire da una operazione chirurgica, può non bastare la convalescenza o la eventuale riabilitazione fisica tradizionale.
In alcune situazioni e per alcune persone può essere infatti necessario completare la riabilitazione utilizzando un metodo somatico, cioè un metodo a più ampio raggio che permetta di integrare corpo e mente riallineandoli.

Somatic Experiencing ® è il nome del metodo somatico messo a punto da Peter Levine per aiutare le persone a risolvere gli effetti del trauma, quindi anche i cosiddetti effetti collaterali della chirurgia.
Il metodo è diffuso in tutto il mondo e praticato dagli operatori che hanno completato la formazione che viene gestita unicamente dal Somatic Experiencing Trauma Insitute che ha sede a Boulder in Colorado, tramite le sezioni locali nei vari paesi (qui la fondazione italiana).
Si tratta di un metodo che utilizza per lo più lo strumento verbale, cioè il dialogo cliente operatore, ma che include anche la possibilità di un delicato contatto fisico quando necessario.
Il metodo di Peter Levine non ha nulla di psicologico perché Somatic Experiencing è basato sulla sensazione e non sul significato (sul pensiero), quindi si tratta di un approccio somatico gentile che disabilita le difese mentali e procede dal basso verso l’alto, dal corpo verso la mente, dalla sensazione verso il significato, agendo perciò al contrario rispetto a quello che facciamo abitualmente (in quest’epoca e in questa cultura).

Le persone che provano Somatic Experiencing, ho personalmente constatato che all’inizio sperimentano sempre la sorpresa per la delicatezza e la semplicità del metodo rispetto alla sua immediata efficacia e ai benefici che si ottengono.
E la semplicità è sempre un bene, che credo fosse anche nelle intenzioni di Levine, perché così alcune tecniche possono essere imparate facilmente permettendo alle persone di continuare il loro processo di guarigione anche autonomamente.

Per maggiori informazioni o per provare il metodo Somatic Experiencing ® puoi contattarmi.

Il lato oscuro del coinvolgimento sociale

Esiste il lato oscuro del coinvolgimento sociale?
Intendo, la paura e la resistenza a passare da uno stato di coinvolgimento sociale ad uno stato di attivazione del tipo attacco/difesa?
Può questa resistenza portare insicurezza?
È questo il caso che può indurre il cosiddetto “appeasing” (compiacere la minaccia) oppure “fawning” (adulazione della minaccia)?

Lo scontro fra la società e la fisiologia del nostro (individuale) sistema nervoso può creare confusione, distorsione e dolore.
Dire di no infatti, può essere difficile perché questo implica la possibilità di rottura del nostro coinvolgimento sociale in un certo ambito (famiglia, colleghi, condominio, gruppo, etc.).

Questa possibilità di rottura può indurci a trasferire il conflitto esterno portandolo all’interno di noi stessi.
Se per questa ragione il conflitto viene trasferito all’interno della persona, il sistema nervoso può comunque fisiologicamente orientarsi verso una delle possibili risposte: lotta, fuga, compiacimento o congelamento.

L’opzione della lotta, se interiorizzata potrebbe indurre nella persona un costante rimuginio (ad esempio), cioè una discussione interiore senza fine espressa in termini di pensiero e significato.

L’opzione della fuga interiorizzata, potrebbe invece condurmi alla dissociazione da me, ad esempio spostando forzatamente il mio interesse verso un altro piano dell’esistenza: il piano spirituale può essere un buon by-pass oppure una pratica sportiva ossessiva o anche una pratica meditativa o altro insomma, qualsiasi cosa adatta a distrarmi allontanandomi dal vero terreno di scontro.

Il compiacimento (appeasing o fawining cioè adulazione) potrebbe poi essere solo una soluzione temporanea rispetto alla minaccia, perché esso nutrirebbe comunque la sensazione di conflitto nella persona, alimentando ulteriormente la necessità di interiorizzare lo scontro.


Alla lunga quindi, il lato oscuro del nostro coinvolgimento sociale, può portare solo al congelamento, poiché questo rimarrebbe infine l’unica soluzione praticabile per il nostro sistema nervoso: quindi apatia, tendenza ad uno stato depressivo, di immobilismo, calo dell’energia a disposizione, estremo rallentamento, sino al limite della sonnolenza.
La soluzione che propone la società infatti è sempre (gioco-forza) all’interno del coinvolgimento sociale stesso, cioè qualcosa che comunque richiede l’inibizione dell’aggressività necessaria ad una vera lotta o ad una fuga efficace.

Per me come individuo quindi è sempre fondamentale l’orientamento, cioè la capacità di osservare l’ambiente valutando correttamente eventuali minacce.
E’ una banalità, ma questo stato è la base perché orienta (appunto) il nostro comportamento di conseguenza e pertanto esso non dovrebbe subire interferenze.

Nel caso sia opportuno, l’orientamento infatti si deve trasformare in un orientamento difensivo, cioè nella preparazione a sostenere uno scontro lottando oppure ad abbandonare il campo allontanandomi, fase che include il radicamento e il contenimento, cioè il rafforzamento dei confini fisici, energetici e psichici.

Ma che cosa può interferire con la funzione dell’orientamento se non la necessità di coinvolgimento sociale?
In altre parole, si da il caso in cui la difficoltà ad orientarmi verso la minaccia dipenda proprio dal fatto che il pericolo è insito nel coinvolgimento sociale, ad esempio quando esso sia inappropriato per la persona ma imposto (famiglia) o difficilmente evitabile (colleghi, condominio)… oppure come adesso, durante l’emergenze dovuta al Covid-19 dove la minaccia è identificata nel contatto sociale.

A proposito della catarsi emotiva o del rivivere forti emozioni e sentimenti associati ad eventi significativi

Nella mia esperienza personale di crescita e trasformazione (prima ancora che nel mio lavoro), mi sono avvicinato e ho attraversato più volte la cosiddetta catarsi emotiva: quei momenti di grande rilascio di emozioni e sentimenti, quei momenti molto forti in cui le emozioni e i sentimenti ti travolgono e non li riesci più a gestire in alcun modo, li puoi solo lasciare uscire sperando di cavartela.

Devo dire che in genere queste esperienze, sia associate a stati gradevoli che a stati sgradevoli, in me non hanno quasi mai portato a cambiamenti o a trasformazioni equivalenti all’intensità dell’esperienza e nemmeno a risultati di pari ampiezza a livello umano.

Parlando per immagini, a proposito della catarsi emotiva io ho spesso avuto la sensazione che la montagna partorisse il topolino.

Anche professionalmente, io provengo da formazioni e pratiche che attribuiscono valore alla catarsi emotiva e al rilascio intenso da parte del cliente come via per la risoluzione o la facilitazione del cambiamento e della trasformazione.

Ciò nonostante nella mia pratica professionale come counselor, riconosco che in concreto ho sempre diffidato del rilascio emotivo intenso da parte del cliente e quindi l’ho sempre evitato con cura se non in situazioni “realmente adatte” a questo tipo di esperienza.

Il testo che segue è di Peter A. Levine, [fra parentesi quadre i miei incisi].

[Parliamo dei ricordi che albergano nella memoria di una persona che ha subito un trauma].

Le immagini apparentemente concrete della memoria di una persona traumatizzata, possono essere le più difficile da lasciare andare.
Questo è particolarmente vero quando la persona ha precedentemente tentato di uscire da una reazione traumatica mediante forme di psicoterapia [o di counseling o altri interventi] che incoraggiano la catarsi e il rivivere l’episodio traumatico, come se fossero una panacea per la guarigione.

La catarsi rafforza il ricordo conferendogli una caratteristica di verità assoluta, e in tal modo rafforza inavvertitamente il vortice traumatico.
Un’interpretazione scorretta della memoria è una di quelle idee sbagliate che interferiscono con il processo di trasformazione.

Ogni attivazione emotiva collegata ad una immagine genera un’esperienza di ricordo [nella persona].

Quando una persona, per la disperazione, seleziona [inconsapevolmente] delle immagini associate a un simile tono emotivo, anche se differenti nel contenuto [queste immagini] creano un ricordo.
Questo ricordo viene spesso accolto [dalla persona] come la verità assoluta di ciò che è accaduto.
La persona crede che [questo ricordo] sia la verità a causa dell’elevato livello emotivo legato a questa esperienza.

Ma che cosa succede se una persona raggiunge questo livello altamente emotivo durante una sessione terapeutica?
[Succede che] Ogni suggerimento o domanda guidata da parte del terapeuta verrà quasi sicuramente incorporata in questa versione [del ricordo, cioè in questa versione] intensificante e delimitante dell’esperienza.

La persona comincerà a prendere questa versione [del ricordo] per verità assoluta e si aggrapperà tenacemente a questa verità emotiva [generata associando immagini di simile intensità emotiva].

I ricordi [perciò] devono essere capiti, sia da una prospettiva assoluta che da una relativa.

Peter A. Levine “Traumi e shock emotivi”