Facilità e agio

Semplificando, il sistema nervoso ha come primo compito quello di mantenersi regolato perché è così che può svolgere tutte le funzioni necessarie affinché la persona rimanga in vita in qualsiasi condizione: di giorno come di notte, al caldo o al freddo, durante una malattia così come durante un forte stress emotivo.
Per il nostro sistema nervoso si tratta di mantenere uno stato di equilibrio dinamico quindi (perché deve far fronte a condizioni molto variabili) che viene detto allostatico.

Se la persona affronta una situazione molto stressante che va oltre la capacità del sistema nervoso di stare regolato e di svolgere le proprie funzioni, allora viene vissuto un trauma, cioè una situazione in cui il sistema nervoso fallisce il proprio principale compito.
Un esempio può essere l’incidente automobilistico in cui senza preavviso la mia auto viene investita da un’altra auto a gran velocità.
Lì il sistema nervoso non ha il tempo per rispondere, è tutto troppo veloce e così fallisce.

Ugualmente, se un sistema nervoso affronta una situazione molto stressante che va oltre la capacità di tolleranza della persona, allora viene vissuto un trauma, cioè una situazione in cui in qualche modo è la persona a fallire impedendo al sistema nervoso di completare la sua risposta o dissociandosi da essa.
Un esempio può essere il padre che minaccia il figlio piccolo di allontanarlo da casa a causa del suo comportamento troppo vivace.
Lì il sistema nervoso potrebbe rispondere alla minaccia ma il figlio piccolo se ne deve dissociare o lo deve bloccare nella speranza che questo gli eviti di venir scacciato di casa dal padre della cui approvazione e amore ha bisogno.

Una situazione molto stressante (una minaccia) non si può quindi definire a priori in un tipo di evento, perché lo stress è una risposta soggettiva che varia da persona a persona.
Una caduta in acqua può essere molto stressante per un bambino che non sa nuotare mentre per un giovane adulto può essere persino divertente.
Il trauma infatti, come dice Peter Levine, non è nell’evento ma nel sistema nervoso.

Anche per il bambino che non sa nuotare, cadere in acqua in sé può essere molto stressante ma non necessariamente traumatico.
Dipende.
Se il sistema nervoso del bambino può portare a termine, completare la propria risposta alla situazione molto stressante (minaccia) alla fine non vi è nessun trauma e semplicemente si ritorna alla vita.
Le situazioni molto stressanti e le minacce sono infatti parte “normale” della vita di tutti gli esseri viventi.


Per gli esseri umani, anche i traumi in sé sono piuttosto frequenti, io credo questo a causa della nostra evoluzione che ci ha portati molto oltre il punto per il quale il nostro sistema nervoso si è sviluppato, e anche perché culturalmente ci siamo sbilanciati troppo verso la cognizione e il significato piuttosto che centrarci sul soma e sulla sensazione.
La buona notizia è che anche se traumatizzato e sregolato il nostro sistema nervoso continuerà comunque a funzionare tenendoci in vita.

Un sistema nervoso sregolato ma che comunque funziona, mantiene un equilibrio e mi tiene in vita, genera poi un effetto sulla persona che secondo me è simile ad una distorsione del sé.
Gli esempi sono infiniti ma ne faccio alcuni che non intendo come esaustivi quindi.
La persona può credere di essere “naturalmente” piena di energia, così tanta da doverla continuamente convogliare nel fare qualcosa per sentirsi bene.
O il contrario, cioè la persona può credere di essere “per natura” priva di energia e di aver spesso bisogno di riposare e di non fare nulla per sentirsi bene.
Oppure la persona può credere che esercitare un controllo sugli altri maniacale sino al tentativo di dominio sia per lei una dote di leadership “naturale”.
O ancora la persona può credere che alzare la voce e imporsi aggressivamente sugli altri sia per lei un tratto “naturale”.
La persona con un sistema nervoso sregolato/traumatizzato, può anche credere di meritare lo stato di dolore e prostrazione continua che sperimenta, sino al punto da dimenticare la possibilità di poter tornare a vivere bene.

La mancanza di facilità e di agio nello stare semplicemente in vita, è io credo un tratto tipico di un sistema nervoso sregolato al quale ci siamo abituati così tanto da considerarlo ormai “normale”.
Oggi nessuno è felice (mentre tutti stiamo “abbastanza bene”).

Per questo ci siamo anche abituati ai tentativi di regolazione che mettiamo in atto considerando pure questi ormai normali.
A fronte di iperattività, stanchezza cronica, aggressività fuori misura, dolore cronico, disturbi del sonno, ansia, etc. abbiamo consumo di alcolici, uso di farmaci e stupefacenti, compulsioni alimentari e sessuali, immersioni nei mondi virtuali, attaccamenti malsani e molto altro ancora…

Less is more.

Procedendo nel lavoro su noi stessi, possiamo conoscerci e in parte cambiare.

E soprattutto all’inizio il cambiamento porta principalmente sollievo e benefici immediati.

Possiamo perciò sperimentare il collegamento fra beneficio e cambiamento come conseguenza del lavoro che abbiamo fatto su noi stessi.

Così il nostro cervello (sempre alla ricerca di invarianza e continuità) può fare una previsione e credere che il lavoro su noi stessi sia direttamente proporzionale al sollievo ed al beneficio.

Questa credenza può essere molto nutriente e alimentarci quando lavoriamo su noi stessi passando da una esperienza ad un’altra: da un seminario spirituale ad una seduta di counseling, da una giornata di pratica meditativa ad un workshop somatico, da una pulizia energetica ad un ritiro di digiuno e preghiera, da un laboratorio sul respiro ad una costellazione, da una regressione profonda ad un sessione di biodanza, da un gruppo di condivisione ad una seduta di psicoterapia… e via dicendo.

Lavorare su noi stessi senza sosta può quindi divenire un modo per cercare di padroneggiare o controllare o meglio arginare il nostro disagio per il tramite di una sequenza continua di esperienze dal carattere “terapeutico”.

La continuità delle esperienze dal carattere “terapeutico” garantisce infatti che non vi sia spazio per lo sconforto o il dolore, in quanto siamo sempre immersi in qualcosa che ce ne può allontanare.
Questa immersione continua poi illumina e tiene in primo piano la speranza e la possibilità di risolvere il nostro disagio.
E mette in ombra la consapevolezza che – in effetti – nonostante tutto il lavoro che stiamo facendo su noi stessi, non stiamo ancora ottenendo la grazia del sollievo e del beneficio che credevamo proporzionale al nostro impegno.

Così, ciclicamente la continuità del lavoro su noi stessi cui ci sottoponiamo, viene interrotta da una specie di collasso, un crollo e viviamo una crisi che ci ferma del tutto e ci impedisce di continuare a passare da una esperienza “terapeutica” all’altra senza sosta.

Per poterlo guarire lo devi poter nominare, dice Raja Selvam e io aggiungo che per poterlo nominare lo devi accettare dandoti la possibilità di sentirlo.

Occorre che in noi ci sia spazio e tempo sufficiente per poterlo sentire (il disagio) e per compiere l’esperienza di stare, possibilmente in una situazione protetta e facilitata dall’aiuto di una persona competente.

Perciò per alcuni di noi è più utile lavorare poco su di sé,
per alcuni è più utile diminuire le esperienze dal carattere “terapeutico”,
è meglio cercare di ridurre l’impegno e la determinazione,
evitando la fissazione sul risultato e sul voler risolvere
per favorire invece l’esperienza dello stare.

Per alcuni di noi può essere davvero più utile fare poco lavoro su di sé e poi riposare,
affinché vi sia spazio sufficiente per sentire.
Less is more.

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