Less is more.

Procedendo nel lavoro su noi stessi, possiamo conoscerci e in parte cambiare.

E soprattutto all’inizio il cambiamento porta principalmente sollievo e benefici immediati.

Possiamo perciò sperimentare il collegamento fra beneficio e cambiamento come conseguenza del lavoro che abbiamo fatto su noi stessi.

Così il nostro cervello (sempre alla ricerca di invarianza e continuità) può fare una previsione e credere che il lavoro su noi stessi sia direttamente proporzionale al sollievo ed al beneficio.

Questa credenza può essere molto nutriente e alimentarci quando lavoriamo su noi stessi passando da una esperienza ad un’altra: da un seminario spirituale ad una seduta di counseling, da una giornata di pratica meditativa ad un workshop somatico, da una pulizia energetica ad un ritiro di digiuno e preghiera, da un laboratorio sul respiro ad una costellazione, da una regressione profonda ad un sessione di biodanza, da un gruppo di condivisione ad una seduta di psicoterapia… e via dicendo.

Lavorare su noi stessi senza sosta può quindi divenire un modo per cercare di padroneggiare o controllare o meglio arginare il nostro disagio per il tramite di una sequenza continua di esperienze dal carattere “terapeutico”.

La continuità delle esperienze dal carattere “terapeutico” garantisce infatti che non vi sia spazio per lo sconforto o il dolore, in quanto siamo sempre immersi in qualcosa che ce ne può allontanare.
Questa immersione continua poi illumina e tiene in primo piano la speranza e la possibilità di risolvere il nostro disagio.
E mette in ombra la consapevolezza che – in effetti – nonostante tutto il lavoro che stiamo facendo su noi stessi, non stiamo ancora ottenendo la grazia del sollievo e del beneficio che credevamo proporzionale al nostro impegno.

Così, ciclicamente la continuità del lavoro su noi stessi cui ci sottoponiamo, viene interrotta da una specie di collasso, un crollo e viviamo una crisi che ci ferma del tutto e ci impedisce di continuare a passare da una esperienza “terapeutica” all’altra senza sosta.

Per poterlo guarire lo devi poter nominare, dice Raja Selvam e io aggiungo che per poterlo nominare lo devi accettare dandoti la possibilità di sentirlo.

Occorre che in noi ci sia spazio e tempo sufficiente per poterlo sentire (il disagio) e per compiere l’esperienza di stare, possibilmente in una situazione protetta e facilitata dall’aiuto di una persona competente.

Perciò per alcuni di noi è più utile lavorare poco su di sé,
per alcuni è più utile diminuire le esperienze dal carattere “terapeutico”,
è meglio cercare di ridurre l’impegno e la determinazione,
evitando la fissazione sul risultato e sul voler risolvere
per favorire invece l’esperienza dello stare.

Per alcuni di noi può essere davvero più utile fare poco lavoro su di sé e poi riposare,
affinché vi sia spazio sufficiente per sentire.
Less is more.

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Il significato

Uno dei vantaggi nella pratica corporea e somatica, è l’allontanamento del significato quale principale centro dell’esperienza.
Questo spostamento rimette il significato in una posizione equa rispetto alle altri assi che possono venir usate per descrivere l’esperienza: il soma, il corpo, le emozioni, i sensi.
Idealmente l’esperienza può essere graficamente descritta così

dove ogni livello dell’esperienza è collegato agli altri in modo equo.

Naturalmente questo è un ideale: ogni individuo nel vivere la propria esperienza attribuisce infatti (consapevolmente o meno) ad uno o più livelli maggior prevalenza rispetto agli altri.

Nella rappresentazione grafica il Soma ed il Corpo sono in basso perché in effetti qui il linguaggio utilizzato è realmente di base, si tratta di sensazione e propriocezione, codici che non utilizzano simboli ma sono segnali nervosi diretti e per questo non facilmente verbalizzabili o immediatamente riconducibili ad un significato.
In origine si tratta di veri e propri segnali.
La sensazione (Soma) indica lo stato di benessere nel quale mi trovo: sto bene, sto male, ed è frutto della interocezione conscia (i segnali dall’interno del busto, dai visceri) e della neurocezione (inconscia, il grado di sicurezza percepito).
La propriocezione (Corpo) indica la posizione in cui si trova il mio corpo nell’insieme e nelle sue parti: dove è la mia testa, dove è la mano destra, dove sono i piedi.

Quando si traccia, si segue quindi consapevolmente la sensazione o ci si sposta sulla propriocezione, in genere ci si allontana dal significato per rivolgersi maggiormente al “sentire” e all’ “ascoltare” questi segnali.
Questi segnali di base ci fanno quindi sperimentare una certa quiete perché sono livelli con una capacità autonoma di regolazione: è come far caso all’improvviso che se riempo i polmoni di aria e trattengo il respiro galleggio senza sforzo.
Sperimentare la nostra autonoma capacità di regolazione, prestando attenzione alla sensazione e alla propriocezione, quindi ha l’effetto di regolare meglio la nostra fisiologia e con essa anche lo stato generale della persona.
Si tratta di un processo naturale come è naturale l’omeostasi, lo stato di equilibrio fisiologico che contraddistingue l’essere vivi.

La sensazione e la propriocezione corporea come livelli di base dell’esperienza, idealmente sono poi collegate agli altri piani dell’esperienza e quindi tendono a riflettersi nella percezione sensoriale e nell’emotività nel tentativo di giungere al naturale completamento dell’esperienza (insieme al significato in quella che chiamiamo consapevolezza).
In particolare la percezione sensoriale è (come la sensazione e la propriocezione) il segnale nervoso che ci giunge tramite i cinque sensi, quindi una immagine, un suono, un odore, un sapore o una indicazione di temperatura/pressione.

L’emozione invece è qualcosa di diverso.
L’emozione funzionalmente raccoglie tutti i segnali , sensazione, propriocezione, percezione sensoriale e li trasporta, li muove e li orienta verso un significato.
Per potersi generare ed esprimere l’emozione ha quindi necessità (fra altre cose) di un significato da raggiungere.

Il significato dunque, pur non essendo il centro dell’esperienza, ne è parte fondamentale ed ha un valore ed un rilievo in essa non solo sul piano “mentale” ma anche su quello emotivo (e tramite questo anche sui piani corporeo e somatico).

Lo straripamento del significato dei nostri giorni, la sua attuale eccessiva preponderanza culturale, in parte io credo sia dovuta ad un fraintendimento, ad uno slittamento piuttosto subdolo.
In genere si pensa infatti al significato come al contenuto dell’esperienza e questo è il passaggio tipico della nostra era: tutto ha un significato e io posso comprenderlo e comunicarlo.
Ma in vero il significato indica quello che è stato segnato (io significo qualcosa).
Dal latino il termine “significatus” viene infatti tradotto in “senso, indizio”.
E anche il verbo “significo” viene per questo tradotto come “indicare, esprimere, rivelare, mostrare”.
Il significato non è quindi il contenuto dell’esperienza ma l’impronta che essa ha lasciato, il segno che il contenuto ha lasciato sulla persona.

Per questo l’emozione ed il significato hanno una relazione così stretta ed è “particolare” ed indicativo il fatto di provare una emozione senza coglierne il significato o viceversa.
L’emozione infatti si accende quando riconosce un significato all’esperienza: in assenza di un significato essa non ha ragione di muoversi.

Quindi le pratiche che escludono il significato per concentrarsi sull’emozione, ad esempio sollecitando e sostenendo il semplice rilascio della carica emotiva (la catarsi), possono avere per questo un effetto regolatorio nel breve, nel senso che la persona si “scarica” e prova un senso di quiete e di svuotamento, ma difficilmente incidono sull’insieme dell’esperienza della persona.

La responsabilità

La responsabilità è presa quando smettiamo di nutrire aspettativa, sia verso gli altri sia verso noi stessi.
Evitando di proiettare la aspettativa sugli altri o su noi stessi, la responsabilità è presa quando posso accettare lo stato in cui mi trovo realmente adesso, in questo momento.

Se non posso accettare la realtà sarà impossibile modificarla perché per farlo dovrò per forza avere a che fare con essa.
E’ solo dal punto in cui mi trovo realmente adesso che io posso iniziare a cambiare ciò che desidero modificare: se sono lontano da me non potrò fare molto.
Se siamo in quel punto invece, allora sarà facile vedere che cosa faccio per impedirmi di cambiare e anche capire per quale motivo lo sto ancora facendo.
Questo è vero anche se la questione in sé può aver origini lontane nel tempo, magari anche generazioni indietro, perché tutto riporta comunque inesorabilmente e sempre allo stesso punto: adesso.
Noi infatti non siamo condannati a vivere a ritroso o a rivivere il passato, quella è solo una opzione fra diverse.
Accettare lo stato in cui siamo realmente adesso, implica quindi smettere di difendere l’immagine (l’aspettativa) che abbiamo di noi stessi: per questo occorre rinunciare volontariamente all’immagine ed all’aspettativa scegliendo invece di assumere la responsabilità della persona reale che siamo.

In un certo senso questo è un po’ come accogliere ed avere cura di un figlio malato sapendo ed accettando il fatto che potrebbe non guarire mai, invece di accanirci sul bambino portandolo alla gara di corsa campestre per poi rimproverarlo quando non riesce a vincerla.
Rifiutare quello che si vuole cambiare (il vero me stesso) non porta quindi al cambiamento ma ci infligge una ulteriore ferita.
Rifiuto significa infatti paura di ciò che è e questa si traduce in rabbia, espressa o latente ma comunque rivolta verso noi stessi.
Rifiutare qualcosa che è autentico (me stesso così come sono adesso realmente) come miglior risultato porta alla finzione, cioè alla costruzione di una maschera, un carattere che la persona indossa per soddisfare l’immagine che ha di sé stessa.

L’esperienza è, in vero, il senso della nostra esistenza ed è per questo che solo attraverso l’esperienza c’è evoluzione (crescita, miglioramento).
l’evoluzione senza esperienza è mentale e falsa, come lo è studiare sui libri per imparare ad andare in bicicletta (non funziona).
Per questo le esperienze inutili nella vita non si ripetono mentre quelli necessarie, utili all’esistenza della persona, alla sua evoluzione e crescita, quelle vengono riproposte più volte.
Come attraversare l’esperienza senza farsi male, senza sofferenza inutile, è perciò la vera questione nella relazione di aiuto e nel counseling.