La responsabilità

La responsabilità è presa quando smettiamo di nutrire aspettativa, sia verso gli altri sia verso noi stessi.
Evitando di proiettare la aspettativa sugli altri o su noi stessi, la responsabilità è presa quando posso accettare lo stato in cui mi trovo realmente adesso, in questo momento.

Se non posso accettare la realtà sarà impossibile modificarla perché per farlo dovrò per forza avere a che fare con essa.
E’ solo dal punto in cui mi trovo realmente adesso che io posso iniziare a cambiare ciò che desidero modificare: se sono lontano da me non potrò fare molto.
Se siamo in quel punto invece, allora sarà facile vedere che cosa faccio per impedirmi di cambiare e anche capire per quale motivo lo sto ancora facendo.
Questo è vero anche se la questione in sé può aver origini lontane nel tempo, magari anche generazioni indietro, perché tutto riporta comunque inesorabilmente e sempre allo stesso punto: adesso.
Noi infatti non siamo condannati a vivere a ritroso o a rivivere il passato, quella è solo una opzione fra diverse.
Accettare lo stato in cui siamo realmente adesso, implica quindi smettere di difendere l’immagine (l’aspettativa) che abbiamo di noi stessi: per questo occorre rinunciare volontariamente all’immagine ed all’aspettativa scegliendo invece di assumere la responsabilità della persona reale che siamo.

In un certo senso questo è un po’ come accogliere ed avere cura di un figlio malato sapendo ed accettando il fatto che potrebbe non guarire mai, invece di accanirci sul bambino portandolo alla gara di corsa campestre per poi rimproverarlo quando non riesce a vincerla.
Rifiutare quello che si vuole cambiare (il vero me stesso) non porta quindi al cambiamento ma ci infligge una ulteriore ferita.
Rifiuto significa infatti paura di ciò che è e questa si traduce in rabbia, espressa o latente ma comunque rivolta verso noi stessi.
Rifiutare qualcosa che è autentico (me stesso così come sono adesso realmente) come miglior risultato porta alla finzione, cioè alla costruzione di una maschera, un carattere che la persona indossa per soddisfare l’immagine che ha di sé stessa.

L’esperienza è, in vero, il senso della nostra esistenza ed è per questo che solo attraverso l’esperienza c’è evoluzione (crescita, miglioramento).
l’evoluzione senza esperienza è mentale e falsa, come lo è studiare sui libri per imparare ad andare in bicicletta (non funziona).
Per questo le esperienze inutili nella vita non si ripetono mentre quelli necessarie, utili all’esistenza della persona, alla sua evoluzione e crescita, quelle vengono riproposte più volte.
Come attraversare l’esperienza senza farsi male, senza sofferenza inutile, è perciò la vera questione nella relazione di aiuto e nel counseling.